Alimentazione sostenibile e sprechi: la cucina autarchica/1

fatatiPrima tappa di un viaggio nella dieta e nel tempo, alla ricerca di una consapevolezza e di un impegno educativo in parte perduto

 

Sempre più spesso sentiamo parlare di alimentazione e dieta sostenibile. Nel 2010, la FAO (Food and Agriculture Organization of the United Nations) ha sviluppato la seguente definizione di consenso di

diete sostenibili: diete a basso impatto ambientale che contribuiscono alla sicurezza alimentare e nutrizionale e di vita sana per le generazioni presenti e future. Le diete sostenibili sono protettive e rispettose della biodiversità edegli ecosistemi, culturalmente accettabili,accessibili economicamente, giuste e convenienti, sono nutrizionalmente adeguate, sicure e sane, e in grado di ottimizzare le risorse naturali e umane.

Sebbene in apparenza ridondante, questa definizione racchiude un concetto essenziale: non ci può essere rispetto per la salute degli esseri umani se non c’è rispetto per la salute dell’ecosistema.
Lo sviluppo di un sistema alimentare globale, in grado di garantire a tutta la popolazione un apporto nutrizionale equilibrato, richiede ai professionisti della salute, in particolare, ma anche a tutti noi, una consapevolezza e un impegno educativo sempre più complesso. Un aspetto importante, che richiede un profondo cambiamentonelle abitudini consolidate, riguardail problema dello spreco di alimenti
e dell’accumulo di rifiuti connessi al packaging delle derrate alimentari. Vaal riguardo detto che la crisi economicase non altro ha portato un vantaggio definito in un netto calo negli sprechi alimentari. Nel 2011 la FAO ha stimato che gli sprechi alimentari nel mondo ammontavano a 1,3 miliardi di tonnellate all’anno, il che rappresenta un terzo della produzione totale di cibo destinato al consumo umano. Questa cifra enorme comprende tanto le perdite che si creano nelle fasi di produzione quanto quelle che si realizzano durante la trasformazione, il trasporto, la vendita e il consumo. Secondo i dati Eurostat (2006), in Europa la quantità di cibo annualmente sprecato ammontaa 89 milioni di tonnellate, pari a 180kg pro capite, ma questo dato non considera le perdite in fase di produzionee raccolta agricola. La FAO ci ricorda che la quantità di cibo che finisce trai rifiuti nei Paesi industrializzati (222milioni di tonnellate) è pari alla produzione alimentare disponibile nell’Africa sub sahariana (230 milioni di tonnellate).

 

Purtroppo la sostenibilità sembra essere un concetto di cui tutti parlano senza però avere la minima idea dicome metterlo in pratica. Franco LaCecla in un bellissimo e recente saggio(Babel food, 2016) ha sottolineatocome «stiamo passando da una culturadi competenza alimentare, quale quelladel nostro Paese, a un dilettantismo affascinato dal luccichio di un cibo petulante e pronto solo a essere una commodity, un prodotto come un altro,un bene da acquistare e consumare.Un simbolo di questa Babele è stata la grande fiera paesana battezzata con l’altisonante nome di Expo. A Milano,lungo un decumano, decine di padiglioni inventati da annoiate archistar hanno offerto il mondo del cibo come qualcosa in cui anithing goes, tutto fa brodo…facevano sfoggio di sé prodotti da sempre simbolo della peggiore agricoltura industriale e della devastazione del pianeta».

 

La scarsa consapevolezza dell’entità degli sprechi che ognuno produce, del loro impatto ambientale e del loro valore economico, certamente non aiuta ad affrontare il problema della sostenibilità alimentare. Eppure non sempre è stato così. Le padrone di casa delle generazioni passate sapevano come ottimizzare l’utilizzo delle risorse che avevano a disposizione e come risparmiare senza imporre uteriori sacrifici alla famiglia. Evitare sprechi nell’alimentazione era un esercizio quotidiano e la cucina era tanto più autarchica quanto più povera era la famiglia.

 

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