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Le imprese sono chiamate a interrogarsi sul proprio ruolo in un mondo sempre più in bilico tra tradizione e modernità, globalizzazione ed
esaltazione delle differenze. Una recente indagine Unioncamere, svolta su un campione di 3663 unità, stabilisce che «essere socialmente responsabili migliora le performance, favorendo le aziende
nel tempo». Tra gli strumenti in campo, la Social Accountability 8000, la Certificazione Etica, uno standard volontario riconosciuto a livello internazionale, il cui obiettivo è misurare il
grado di eticità e responsabilità sociale di un'azienda. L'impresa dimostra, per mezzo di questa Certificazione, di perseguire procedure e politiche che garantiscano comportamenti non lesivi
delle dignità personali a tutte le parti interessate (dipendenti, società, istituzioni, fornitori e finanziatori). Già nel Codice Etico proposto da Confindustria e adottato da qualche anno dalla
nostra Associazione, si precisa che «l'eticità dei comportamenti non è valutabile solo nei termini di stretta osservanza delle norme, ma essa si fonda sulla convinta adesione a porsi, in diverse
situazioni, ai più elevati standard di comportamento». Un atteggiamento che i Giovani Imprenditori, nella loro mission, esprimono così: «Siamo gli imprenditori del futuro. I valori in cui
crediamo sono la responsabilità, il rischio, il merito, l'etica. Essi rappresentano i pilastri del modello di una società creatrice di opportunità e lavoro per tutti». Se dal versante della
cittadinanza, si affermano sempre più, in questa ottica, i principi del consumo critico ed equilibrato delle risorse (acqua, energia), l'impresa, dal canto suo, si trova ad affrontare dilemmi
storici: non era il profitto il motore dello sviluppo? Sbagliavano quanti avevano affidato alla tecnologia e al mercato i destini dell'umanità? Interrogativi non banali, che hanno trovato
autorevoli argomenti di discussione su "La Repubblica", negli articoli di Giuliano Amato e del filosofo Umberto Galimberti. Secondo quest'ultimo oggi ci troviamo ad aver attraversato le epoche
dell'etica dell'intenzione (di ispirazione cristiana, ancora alla base della nostra cultura giuridica), di quella laica (kantiana: «l'uomo va trattato sempre come un fine e mai come un mezzo»),
della responsabilità (con Weber: data l'espansione e il dominio dell'economia e della tecnologia, dobbiamo pensare ad un'etica che ci renda responsabili delle nostre azioni). In tutti i casi,
proprio per le dimensioni che hanno assunto negli ultimi decenni tecnologia ed economia, tali schemi si sono rivelati inefficaci. Questo perché il mezzo denaro, assurto a unico indicatore
economico, è diventato piuttosto un fine (pensiamo alle Borse), condizionando l'organizzazione delle società. In un tale apparato sociale, chi opera (l'imprenditore, ad esempio) "agisce" o
semplicemente "esegue" le azioni prescritte dal mercato? Ma allora, si chiede Galimberti, se nessuno compie azioni in funzione di uno scopo, ma tutti eseguono, che spazio c'è per un pensiero
"altro", cioè, per l'etica? La conclusione amara è che non disponiamo di un'etica all'altezza della tecnica e dell'economia globale. Per l'impresa che aspira ad essere responsabile, l'impegno è
di costruire un proprio quadro di riferimento, mettendo al centro nuovamente l'uomo e le relazioni che direttamente lo coinvolgono.
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