Andrea Prete, presidente Confindustria Salerno

Il brusio di fondo ha preso il sopravvento, disorientando i cittadini e condizionandone le scelte sociali, politiche, economiche. Le certezze si sgretolano e i dubbi trionfano. A chi giova tutto questo?

Il successo di un’impresa è un fatto documentabile.
Numero di dipendenti, business plan, fatturato e bilancio provano lo stato di salute di un’azienda e, in qualche modo, il suo progetto di vita. Nel nostro mondo, poi, il falso ha un costo: si chiama truffa o fallimento, oppure ambedue le cose.
Da uomo di impresa, pertanto, nell’analizzare una situazione, formarmi un giudizio su di essa e decidere di conseguenza, ho l’abitudine di ricorrere ai dati che la compongono.

Di dati è fatta l’informazione, profondamente trasformata, complicata e “aumentata” negli ultimi anni da Internet e dalle tecnologie digitali. Oggi, infatti, chi vuole informarsi per decidere il proprio destino su basi razionali, fa non poca fatica a districarsi nel mare magnum dei contenuti, tanti sono i dati che produciamo noi stessi, attraverso i canali social ad esempio, e quelli cui siamo continuamente sottoposti.

In Rete, poi, l’informazione circola per motivi che, più che con la verità e i “fatti”, hanno a che vedere con la qualità del messaggio, vale a dire con il suo potenziale appeal comunicativo. Quanto più l’informazione è sensazionale, tanto più essa troverà cassa di risonanza, eco e diffusione. È la classica vecchia regola: un cane che morde un uomo non fa notizia, mentre un uomo che morde un cane sì.

È accaduto così che, anche notizie prive di fondamento, abbiano trovato credito, pubblico e, purtroppo, condivisione. Ed è accaduto perché, a forza di semplificare i modelli perché tutti possano dire la propria sui social e farlo pure in fretta, si scambia spesso la retorica per ragionamento, finendo con l’ammantare di vero ciò che non avrebbe dignità di essere discusso, come diceva Eco, «nemmeno tra imbecilli al bar dopo un bicchiere di vino».

Il punto, ovvio, non sono i social di per sé, straordinari nell’amplificare la portata di una notizia, un evento o la comunicazione di un prodotto, ma chi ne fa un uso smodato, chi, confondendo ormai vita reale e vita virtuale, si muove all’insegna del “posto dunque esisto”.
Senza approfondire chi dice cosa e perché, in molti passano il proprio tempo a vedere, commentare, rilanciare, in una ormai eterna gara a chi la spara più grossa.
Il brusio di fondo ha preso il sopravvento, disorientando i cittadini e condizionandone le scelte sociali, politiche, economiche.
Le certezze si sgretolano e i dubbi trionfano.
A chi giova tutto questo?

Evidentemente a qualcuno notizie inesatte, falsi allarmismi, panico e congiura, convengono. La persuasione non è nata di certo con i social, ma con essa forse ha raggiunto derive finora mai immaginate per mano di chi – toccando quelle che sono le paure interiori di noi tutti – cambia gli addendi del discorso e, appellandosi alla sola emotività, seppellisce i fatti sotto le credenze.

Non potendo con semplicità distinguere il vero dal falso, diventa quindi fondamentale che io cittadino mi eserciti continuamente nel riconoscere autorità a chi ha mostrato, in modo legittimo, di meritarla.
Anche questo è oggi più difficile ma si può e si deve fare cercando di capire il perché delle cose, piuttosto che cedere alla sindrome del complotto.

Davvero vogliamo continuare a chiederci se l’uomo è andato o no sulla Luna? Il Pendolo di Foucault lo raccontava bene. Basta veramente poco perché un intrigo del tutto irreale diventi vero, quando la narrazione – come spesso accade su internet – sfugge al controllo e procede a valanga. Allora più che vederci una congiura, quando la narrazione si fa caotica e interattiva, proviamo a chiederci se – sotto sotto – esiste ancora quel dato iniziale dietro quella verità che tanto assomiglia a una truffa.

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