Influencer, una vita in vetrina

Davvero una foto può convincere all’acquisto di un prodotto o servizio?

 

Considerata l’ascesa sociale degli influencer sono mesi e mesi che mi viene chiesto di pronunciarmi sul fenomeno e, magari, inventare un galateo ad hoc per questi personaggi che imperversano in tutti i social a suon di follower veri e comprati e che trovano posto dai front raw delle sfilate ai charity più ambiti. Pagati. Qualsiasi cosa essi facciano, o meglio, postino.

Influencer è una parola facile e gratuita, non punibile, ahimè, di millantato credito. Ci si può svegliare un giorno e decidere di esserlo. Non occorre, pare, essere né belli, né brutti (tanto c’è photoshop), ricchi né poveri (tanto c’è Prada), bravi o cattivi (tanto l’unica parola ammessa è “amazing”).

La sola qualità richiesta è quella di saper recitare, pardon, fare finta. Di divertirsi, di rilassarsi, di stare bene, di apprezzare un abito, una crema, una compagnia. Detto questo, non c’è nulla di male, modelli e attori lo fanno da sempre. Ma con un ma: nessuno di loro finge che sia la propria vita.E da questo sovrapporre sogni e (fare) cassetto nascono le mie riflessioni.

Quando ho deciso di sporcarmi le mani con i mulini a vento decidendo di rispolverare il culto delle buone maniere e di portarle nelle aziende, sapevo che se avessi detto “bevete più latte-il latte fa bene” a quest’ora farei avanti e indietro con le Cayman. Sapevo, però, anche che in molti casi avrei portato cambiamenti ed evoluzione e in vent’anni non ho mai cambiato idea. Sono pure dell’idea che nel mondo ci sia posto per tutti e che, per come stanno messe le cose, un giovane che si inventa una professione, va solo apprezzato.

Chiusa parentesi bontà d’animo, aperta la lente d’ingrandimento: le aziende riducono i budget, mettono a casa le persone e sfoderano picche a qualsiasi iniziativa promozionale, ma quando si tratta di sponsorizzare un post di un influencer tirano fuori somme che non stanno né in cielo, né in terra. E a botte di likes provenienti dal Bangladesh o dalle Filippine pensano di aver innovato e rinfrescato le leve del marketing, quando gli unici a fatturare sono i giovani di belle speranze e abiti in prestito.

Colpa degli influencer? No: colpa delle aziende. Sì, perché se si pensa di cambiare le sorti di un marchio, di un servizio, di un albergo, di un ristorante, grazie all’intervento di una foto che piace a 6000 persone, di cui 5500 non possono permettersi manco un toast, non è colpa di chi vende, ma di chi compra.

Per cui, se c’è un bon ton che possa scomodare è quello che dice che gli sprechi non sono mai eleganti. E foraggiare un sistema che vive sulla fuffa è uno spreco. Portatemi dati concreti dove si vedano svettare in alto i fatturati a botte di like ed entro 48 ore scrivo un galateo ad hoc. Per ora mi limito a pensare che le regole di questa scrocconeria legittimata siano ancora tutte da definire.

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