Giovani imprenditori nel Mezzogiorno: nuove opportunità di crescita e il ruolo delle imprese medio/grandi

Per un reale potenziamento della forza competitiva del nostro sistema economico diventa fondamentale rafforzare il compito delle capo-filiere nel fornire supporto ai giovani rispetto a quei fattori strategici, quali innovazione, strategie competitive, ma anche cultura manageriale e finanziaria

 

Un tema oggi sempre più centrale è quello dei possibili percorsi di crescita dei giovani imprenditori in un mercato sempre più competitivo partendo dalla consapevolezza delle loro numerose potenzialità che costituiscono un vero sistema passante di accelerazione dello sviluppo e dell’innovazione. Potenzialità da cui il Mezzogiorno non può prescindere se vuole estendere la “forza” produttiva e tecnologica e accelerare la strada della ripresa, recuperando quanto perso a causa della crisi. Ricordiamo che un fattore chiave per la ripresa è proprio l’abbondanza di capitale umano soprattutto se giovanile: i giovani sono immersi nella comunicazione tecnologica, hanno versatilità mentale multitasking, indossano competenze medie più elevate delle generazioni passate. Tali caratteristiche si sposano bene con i nuovi dettami di un’era sempre più dinamica ed evoluta.

E l’autoimprenditorialità è una strada che continua ad attirare la popolazione giovanile andando a riempire una parte di quel vuoto economico e sociale generato dagli elevati livelli di disoccupazione giovanile. Ciò si verifica in modo particolar nel Sud Italia dove si concentra oltre il 40% delle imprese italiane costituite da giovani sotto i 35 anni (215.723). In realtà, da parte dei giovani imprenditori c’è tanta forza e volontà di incanalare la strada giusta del successo, facendo propri quei fattori – le cosiddette 5 i (impresa, imprenditorialità, investimenti, innovazione internazionalizzazione) – che rappresentano la formula vincente senza cui non è possibile restare sul mercato. In particolare, diversi studi evidenziano il significativo impatto dell’aspetto dimensionale nelle strategie competitive: la minore dimensione media delle imprese giovanili può portare di per sé a una diffusione inferiore di comportamenti ottimali che si associano più spesso a imprese più grandi, rendendole così più vulnerabili ai rischi del mercato.

Accanto alle problematiche strutturali ci sono, poi, quelle sociali, spesso strettamente interconnesse alle prime e forse ancor più rilevanti. I valori espressi nel Mezzogiorno in termini di ricchezza pro-capite, di occupazione e di skill formativi sono – solo per fare qualche esempio – indubbiamente troppo deboli per non creare ostacoli significativi alla crescita diffusa e competitiva di un territorio. Dinanzi al suddetto scenario è indispensabile disegnare nuove e più efficaci azioni che consentano alle imprese e nel caso specifico ai giovani imprenditori di intraprendere un percorso di sviluppo, autonomo e responsabile, in grado di valorizzare i tanti elementi positivi che apportano sul territorio.

Serve un miglioramento del modello economico e maggiore interesse verso quei campi dove il Mezzogiorno ha già potenzialità da poter sfruttare: Bioeconomia, Rigenerazione urbana, Circular economy, Industria 4.0, Tecnologie agricole, Logistica sostenibile, Maritime Economy, Turismo cultura e ambiente, Energie Rinnovabili sono solo alcune delle aree e degli strumenti che potrebbero trovare nel Mezzogiorno ampio spazio per crescere.

Ma in modo particolare è utile soffermarsi sull’importanza delle catene produttive internazionali. Si è detto che l’ambiente competitivo è diventato più complicato con l’abbattimento delle barriere dei mercati, l’avvento dell’e-commerce e del mondo del web, l’evoluzione della domanda, l’ambiente competitivo dei sistemi produttivi locali è diventato più globale, quindi più ampio, più complesso ma anche potenzialmente più profittevole.

É evidente che lo sviluppo di una vision imprenditoriale più vocata alla globalizzazione rappresenti un punto di forza per l’imprenditore, sia per la maggiore capacità di soddisfare la domanda interna, sia per la possibilità di integrarsi come fornitore nei cicli produttivi nazionali e internazionali. In Italia, ad esempio, rispetto al passato si rileva una crescente apertura della manifattura italiana all’offerta estera: il contributo estero era il 19% nel 2000, il 24,4% nel 2008 e il 25,6% nel 2014. É chiaro che sono state soprattutto le medio/grandi imprese a sviluppare la capacità di andare oltre i propri orizzonti promuovendo una supply chain internazionale sempre più estesa.

Le caratteristiche produttive e competitive del Mezzogiorno – imperniate sulla qualità, sulla creatività e sulla competenza – costituiscono un forte potenziale economico per sostenere i processi di trasformazione della supply chain internazionale, e sono presenti sul territorio diversi esempi di realtà imprenditoriali che producono, innovano e operano con successo in tali mercati.
Sono le stesse realtà che consentono al Mezzogiorno di non essere quel deserto industriale da alcuni erroneamente paventato, nonostante i duri colpi della crisi e le numerose difficoltà strutturali e sociali. Va ricordato, infatti, che il peso economico del Mezzogiorno in Europa è rilevante, tale da confrontarsi con l’intero PIL di alcuni Paesi come Svezia, Belgio, Norvegia e Austria e che esistono significative realtà produttive e imprenditoriali che poggiano la loro forza competitiva sull’attrattività nazionale e internazionale dei loro prodotti di eccellenza.

In particolare esistono filiere quali ad esempio quella Aerospaziale, Agroalimentare, dell’Abbigliamento Moda, o dell’Aeronautico e del Bio-Farmaceutico che assumono una rilevanza per il peso economico sull’economia interna, e per il contributo al sistema economico nazionale e internazionale e per l’elevato effetto indotto.

Qualche dato a conferma di ciò: le esportazioni dei suddetti settori nel Mezzogiorno pesano il 59% sul manifatturiero (no oil), valore superiore al dato nazionale (36,1%) mentre in termini di valore aggiunto i suddetti settori generano nel Mezzogiorno oltre 11,6 mld di euro. Ma il peso di tali comparti è molto più rilevante se si considerano anche gli intrecci produttivi del Mezzogiorno con il resto dell’Italia.

L’approfondimento svolto ad esempio negli ultimi anni da SRM sul tema dell’interdipendenza economica e produttiva tra il Mezzogiorno e il Nord Italia, ha evidenziato proprio la presenza di forti relazioni commerciali all’interno del Paese che ne hanno condizionato la struttura, evidenziando un territorio più unito e attivo di quanto si pensi.Ciò significa che c’è un’interconnessione forte tra l’economia del Nord e quella del Sud, che rende queste due parti del Paese largamente dipendenti l’una dall’altra più di quanto non avvenga, come “sistema Paese”, verso qualunque altro partner dell’Unione Europea.

C’è ancora un enorme margine di sviluppo nella competizione globale che deve essere sfruttato per dare nuova linfa e nuove opportunità di crescita economica dell’Italia e in particolare del Mezzogiorno. É indispensabile infatti non rimanere fermi nel descrivere le difficoltà del nostro sistema economico e produttivo, ma è compito in particolare della cosiddetta “classe dirigente” agire e disegnare nuove e più efficaci azioni che consentano di intraprendere un più efficace percorso di sviluppo, autonomo e responsabile, in grado di valorizzare i tanti elementi positivi comunque presenti in questi territori. Ma anche le grandi realtà produttive hanno un compito in quanto attrattive, proprietarie di un patrimonio di competenze e di cultura imprenditoriale di grande livello che le rendono vere eccellenze riuscendo ad imporsi in Italia e nel mondo. In altri termini la presenza di medio-grandi imprese sul nostro territorio rappresenta un’occasione di sviluppo per le PMI e anche per i giovani imprenditori in quanto funge da cerniera tra il sistema locale e quello nazionale e internazionale. Le capo-filiere possono aiutare le Pmi e i giovani imprenditori a valorizzare in un contesto più internazionale le proprie produzioni, fornendo supporto a quei fattori strategici, quali innovazione, strategie competitive, ma anche cultura manageriale e finanziaria.

Anche sotto questo punto di vista le grandi imprese possono intervenire, alimentando quella cultura finanziaria che supporta tali processi. Le prospettive di crescita sono, dunque, fortemente connesse alla capacità comune di comprendere i profondi mutamenti che stanno avvenendo in campo internazionale e che riguardano sia il “dove” andare per migliorare la propria competitività ma anche il “cosa” fare per innovare e qualificare ancora di più le nostre produzioni e le nostre imprese.

Ecco quindi che investire nelle relazioni di connessione produttiva tra le aree del Paese; favorire la crescita e il giusto inspessimento della struttura imprenditoriale; ampliare e rafforzare gli strumenti a sostegno dei processi di internazionalizzazione rappresentano i driver chiave su cui è necessario focalizzare l’attenzione e attuare politiche “industriali” ed economiche finalizzate ad un reale recupero della forza competitiva del nostro sistema Paese (e del Mezzogiorno in particolare). Nel caso specifico dei giovani imprenditori, ma anche delle PMI, non può che essere proficua la relazione con le grandi imprese la quale consentirebbe di supportare gran parte delle suddette strategie. Investendo quindi sul rapporto tra le grandi imprese e i giovani imprenditori è possibile creare più facilmente le condizioni per un reale potenziamento della forza competitiva del nostro sistema economico. Queste azioni consentirebbero di far emergere il forte potenziale economico ancora inespresso del Sud.

Pertanto le parole chiave per il presente e il futuro del Paese e del nostro Mezzogiorno sono: qualità della formazione professionale e imprenditoriale, ricerca costante dell’innovazione e della qualità dei prodotti e, soprattutto, rafforzamento delle relazioni produttive ed economiche.

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