Bon ton 3.0, necessario un upgrade di regole e costumi

NICOLA SANTINI 150x150Posto che le buone maniere è sempre bene conoscerle e praticarle, nel 2015, quando la moda ormai propone mise un tempo inimmaginabili, alzare il naso per una scarpetta è fuori tempo

In genere preferisco non rifarmi troppo alle citazioni degli altri, ma nessuno meglio di Confucio saprebbe giustificare ciò che mi passa per la testa ultimamente: “chi non cambia mai idea o è il più grande dei saggi o è il più sciocco fra gli stolti”.

Con il rischio di non appartenere alla prima schiera, ultimamente sto rileggendo certe regole base dell’etichetta, che hanno contribuito in modo essenziale alla mia formazione, per capire che esistono momenti, luoghi e motivazioni, talvolta, per i quali forse sarebbe il caso di riscriverle, guidati dal buon senso a momentaneo scapito del bon ton.
Da Talebano delle buone maniere, avvezzo a rispettare certe regole non sempre interrogandomi sulla loro utilità ma passando a consuetudine molto di ciò che era stato deciso da altri in altre epoche, faccio parte di quanti fino a poco tempo fa reputavano inconcepibile, ad esempio, consumare un buon piatto di pastasciutta in un piatto fondo. Il bon ton, infatti, lo riserva solo alle minestre, e i più bacchettoni, a domanda diretta, ti rispondono che si chiama pastasciutta e quindi si differenza da qualsiasi zuppa o minestra in brodo anche per il piatto che si sceglie per consumarla.
Non sanno cosa si perdono. Per me ci sono voluti quasi quarant’anni (prendete nota perché non so quanto sarò disposto a confermare una dato anagrafico simile, ndr) per rendermi conto che stavo rinunciando a uno dei piaceri della vita.

Gli amici campani mi fanno presente che un piatto di pasta e patate è inconcepibile in un piatto piano. “While in Naples do what neapolitans do” potrebbe essere una risposta di comodo, ma la sola e unica cosa che ho pensato di ritorno a Milano, è che per me il tempo della pastasciutta nel piatto piano è finito. Il sugo è più godibile, la vista più gradevole…la scarpetta più facile. E qui tocco un altro tasto dolente perché so che a qualcuno andrà il tè di traverso.

 

La scarpetta merita un discorso a parte. In un Paese come il nostro, che a tutti gli effetti è internazionale in qualsiasi angolo ci si rifugi, dove in città come Milano i dati riportano che un matrimonio su 3 è misto, non vogliamo accogliere il buono che arriva dalle culture africane o mediorientali dove pane e suoi simili non sono altro che strumenti per raccogliere, assaporare e goderci un sugo? Chiaro è che pulire il fondo di un piatto sostituendoci alla lavastoviglie non è mai giustificato nemmeno dalla fame più tremenda, vero è che per fare la scarpetta i gomiti possono comodamente rimanere al loro posto senza svolazzare e scomporre la figura, ma è anche vero che veder ripartire un piatto verso la cucina lasciandoci quel tot di sughetto che con un boccone di pane è la chiusura ideale di una pietanza, se da un lato è bon ton, dall’altro è, a parer mio, peccato mortale. Assaggiare per credere.

 

Posto che le regole è sempre bene conoscerle, anche perché la trasgressione è più simpatica dell’ignoranza, nel 2015 quando la moda propone scarpe di pelle marroni a tutte le ore del giorno e, giustamente, nessuno si scompone, quando i piatti di design diventano quadrati, rettangolari, e addirittura conici, alzare il naso per una scarpetta non significa essere affezionati ai bei tempi, ma, semplicemente, non essere al passo coi tempi.

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